 |
PARTICOLARE DELLA CNAPI
|
CI SONO ANCHE MONTALBANO, BERNALDA, MONTESCAGLIOSO,
MATERA, IRSINA. 17 LE AREE DI BASILICATA E PUGLIA INSERITE NELLA
CNAPI (CARTA NAZIONALE DEI SITI POTENZIALMENTE IDONEI)
IL CORRIERE DELLA SERA
NUCLEARE, ECCO LE 67 AREE IDONEE PER IL DEPOSITO DEI
RIFIUTI RADIOATTIVI ITALIANI
DI STEFANO AGNOLI
05 GEN 2021
Dopo sei anni di attesa
esce nel cuore della notte tra il 4 e il 5 gennaio la mappa delle
aree che potranno ospitare il Deposito nazionale dei rifiuti
radioattivi italiani, la cosiddetta «Cnapi», Carta delle aree
potenzialmente idonee. È il documento dove sono state individuate 67
aree che soddisfano i 25 criteri stabiliti nel 2014-2015. Si tratta
di Comuni raccolti in cinque macrozone, che potremmo definire così:
Piemonte con 8 aree tra le province di Torino e Alessandria (Comuni
di Caluso, Mazzè, Rondissone, Carmagnola, Alessandria, Quargento,
Bosco Marengo e così via); Toscana-Lazio con 24 aree tra Siena,
Grosseto e Viterbo (che comprendono i Comuni di Pienza, Campagnatico,
Ischia e Montalto di Castro, Canino, Tuscania, Tarquinia, Vignanello,
Gallese, Corchiano); Basilicata-Puglia con 17 aree tra Potenza,
Matera, Bari, Taranto (Comuni di Genzano, Irsina, Acerenza, Oppido
Lucano, Gravina, Altamura, Matera, Laterza, Bernalda, Montalbano,
Montescaglioso); poi le Isole, con la Sardegna (14 aree) in provincia
di Oristano (Siapiccia, Albagiara, Assolo, Usellus, Mogorella, Villa
Sant’Antonio) e nel Sud Sardegna (Nuragus, Nurri, Genuri, Setzu,
Turri, Pauli Arbarei, Ortacesus, Guasila, Segariu, Villamar, Gergei e
altri); e la Sicilia, 4 aree nelle province di Trapani, Palermo,
Caltanissetta (Comuni di Trapani, Calatafimi, Segesta, Castellana,
Petralia, Butera). La mappa nei dettagli si può consultare sul sito
depositonazionale.it .
Spesa prevista 900 milioni
Qualche giorno fa i
ministeri dello Sviluppo economico e quello dell’Ambiente avevano
finalmente dato il «nulla osta» alla pubblicazione della mappa,
tenuta rigorosamente chiusa nei cassetti della Sogin, la società che
si occupa dello smantellamento delle vecchie centrali, per tutto
questo tempo. La Sogin ha tenuto un consiglio straordinario lo scorso
31 dicembre. Dalla pubblicazione del 5 gennaio inizia il processo che
nel giro di qualche anno porterà alla localizzazione del sito che in
un primo momento dovrà contenere 78 mila metri cubi di rifiuti a
bassa e media intensità e poi anche 17 mila metri cubi ad alta
attività, questi ultimi per un massimo di 50 anni (per poi essere
sistemati in un deposito geologico di profondità di cui al momento
poco si sa). Spesa prevista? Per il Deposito e il Parco tecnologico è
prevista una spesa di 900 milioni di euro, che saranno prelevati
dalle componenti della bolletta elettrica pagata dai consumatori.
I criteri
Nel suo documento del 2014
l’Ispra aveva identificato almeno 28 tra criteri ed aree di
esclusione. Criteri geologici a cui se ne aggiungono altri
amministrativi. E altri ancora di convenienza e buon senso: anche se
le isole, Sicilia e soprattutto Sardegna, sono comprese, per loro si
unirebbe alle altre complessità anche il problema del trasporto. Le
prime aree da scartare sono state comunque quelle vulcaniche, e poi
quelle sismiche o interessate a fenomeni di faglia; quelle soggette a
frane e inondazioni, o in fasce fluviali o in depositi alluvionali
preistorici; le aree al di sopra di 700 metri di altitudine o con
pendenze superiori al 10%. E ancora: quelle sino alla distanza di 5
chilometri dalla costa, in zone carsiche o vicine a sorgenti o a
Parchi nazionali o luoghi di interesse naturalistico; bisogna poi
mantenere un’«adeguata distanza» dai centri abitati; almeno un
chilometro da autostrade, strade statali o linee ferroviarie; bisogna
tenersi lontani da attività industriali, dighe, aereoporti, poligoni
militari, zone di sfruttamento minerario.
78mila metri cubi di
scorie radioattive
La superficie necessaria
al Deposito sarà tutto sommato modesta, e pari a 150 ettari, di cui
110 per il Deposito e 40 per il Parco tecnologico. Una volta
riempito, il Deposito avrà tre barriere protettive, e sarà poi
ricoperto da una collina artificiale, una quarta barriera, e da un
manto erboso. Le barriere ingegneristiche dovranno garantire
l’isolamento dei rifiuti radioattivi per più di 300 anni, ovvero
fino al loro decadimento a livelli tali da non essere più nocivi per
la salute dell’uomo e dell’ambiente. Si tratterà di 78mila metri
cubi di rifiuti radioattivi a bassa e media attività: 50mila dallo
smantellamento degli impianti nucleari italiani (ancora quasi tutto
da fare, si parla del 2036) e 28mila dalla ricerca, medicina nucleare
e industria. Circa 33mila sono già stati prodotti, gli altri 50mila
sono previsti per il futuro. Bisognerà poi trovare posto, (compresi
nei 17mila metri cubi ad alta attività) a circa 400 metri cubi assai
pericolosi, costituiti da combustibile non riprocessabile o da
combustibili mandati in Francia e Gran Bretagna (a pagamento) per
essere riprocessati, e che decadono in migliaia di anni. Resteranno
nel Deposito per essere avviati a uno stoccaggio di profondità,
anche se per ora non si sa dove, come e quando. Di certo c’è che,
ad esempio, ad oggi a Trisaia in Basilicata alcuni contenitori che
hanno 50 anni contengono una soluzione liquida di uranio arricchito,
mentre a Saluggia, vicino a Vercelli e in riva alla Dora Baltea,
giacciono 230 metri cubi di rifiuti liquidi ad alta attività sempre
dentro a contenitori di 50 anni fa. Dopo l’alluvione del 2000
l’allora commissario Enea e premio Nobel Carlo Rubbia dichiarò che
si era «sfiorata una catastrofe planetaria».
L’iter e la
consultazione pubblica. Poi la costruzione.
Che cosa accadrà ora? Nei sessanta giorni
successivi alla pubblicazione del 5 gennaio parte la «consultazione
pubblica». Le Regioni, gli enti locali e i soggetti interessati
potranno formulare le loro osservazioni e proposte tecniche alla
Sogin. È la prima consultazione pubblica che si svolge in Italia. In
generale l’iter non si preannuncia facile, visto che bisognerà
raccogliere il consenso delle comunità interessate e delle
istituzioni locali. La consultazione pubblica durerà in tutto
quattro mesi, compreso anche il «seminario nazionale» che Sogin
dovrà organizzare, e una successiva rielaborazione di tre mesi che
darà luogo alla «Carta nazionale delle aree idonee». Poi si
passerà alla fase delle «manifestazioni di interesse» dei
territori. Il tutto in un periodo di pandemia, con le immaginabili
difficoltà che si aggiungeranno ad una procedura di per sé
complessa. Una volta individuato il sito serviranno quattro anni per
la costruzione.
Il peso su governo e
politica, il ruolo di Sogin
Ma dopo i rinvii
«politici» per le Regionali del 2015, il referendum costituzionale
del 2016, le elezioni del 2018, il cambio di governo con il Conte2, e
dopo la procedura di infrazione aperta dalla Commissione europea a
fine ottobre scorso, non si poteva più aspettare. Qualche settimana
fa molti comitati e associazioni ambientaliste piemontesi (in
particolare del vercellese e della Valsesia) avevano scritto ai
ministri Stefano Patuanelli e Sergio Costa proprio per sollecitare la
pubblicazione della Carta. Ora, con il nulla osta, è verosimile che
la questione della localizzazione, e del potenziale “nimby” che
comporta (“not in my backyard”, non nel mio giardino) possa
creare un motivo ulteriore di dibattito in un momento delicato per il
governo Conte. Infine resta l’interrogativo sulle capacità
dell’attuale Sogin di condurre in porto la realizzazione. Nata nel
2001, costa agli italiani circa 300 milioni l’anno. Di rinvio in
rinvio ha programmato la fine del decommissioning nucleare italiano
al 2036, 49 anni dopo il referendum del 1987. Qualche dubbio è
lecito.