CATANZARO / PIANA DI SIBARI –
Su delega della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Catanzaro, i militari
del Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro (Reparto Operativo, Gruppi
Tutela Lavoro e N.I.L.), con il supporto dei reparti territoriali dell’Arma
nelle province di Cosenza, Napoli, Bologna, Sassari e Mantova, hanno dato
esecuzione a un Decreto di Fermo di indiziato di delitto nei confronti di 20
cittadini stranieri (18 pakistani, 1 indiano e 1 del Bangladesh).
Di seguito i dettagli del
comunicato diffuso dai Comandi Provinciali dell’Arma interessati.
LE ACCUSE
Gli indagati sono ritenuti
gravemente indiziati, a vario titolo, di:
1) Associazione per
delinquere (art. 416 c.p.) finalizzata all’intermediazione illecita e allo
sfruttamento del lavoro (art. 603 bis c.p., c.d. “caporalato”);
2) Riduzione in schiavitù
(art. 600 c.p.);
3)Estorsione (art. 629 c.p.);
49 Favoreggiamento
dell’immigrazione clandestina e tratta di migranti (art. 12 del D.Lgs.
286/1998).
LA SVOLTA NELLE INDAGINI: LA
DENUNCIA DEI BRACCIANTI
L’attività investigativa,
avviata nel 2020, è scaturita da una singolare vicenda di “ritorsione” denunciata
da due caporali. Costoro si erano presentati ai Carabinieri per sporgere
denuncia contro ignoti per il taglio degli pneumatici delle proprie auto,
accusando tre giovani migranti africani loro dipendenti.
I tre lavoratori, anziché
subire l'intimidazione, hanno rotto il muro del silenzio e presentato una
contro-denuncia dettagliata, rivelando che il danneggiamento delle auto era
l’epilogo di aspri dissidi scaturiti dalle richieste di regolarizzazione
contrattuale e dal mancato pagamento di mesi di lavoro. Le loro dichiarazioni
hanno aperto uno squarcio sull'inferno dello sfruttamento nella Piana di
Sibari.
DUE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI
INTERCONNESSE
1. IL MONOPOLIO DELLA
MANODOPERA E IL VINCOLO ETNICO
La prima organizzazione,
guidata da cittadini stranieri (14 pakistani), esercitava un controllo
monopolistico sulla manodopera agricola, riducendo i braccianti in servitù
continuativa:
1) Alloggi fatiscenti: Fino a
20 persone stipate in immobili privi di riscaldamento, luce e gas, per i quali
venivano trattenuti 50-60 euro al mese dal salario.
2) Trasporti disumani:
Lavoratori stipati in furgoni e auto (finanche nei bagagliai) con una
decurtazione forzosa di 5 euro al giorno per il viaggio.
3) Turni e paga: Turni di
8-10 ore continuative senza riposi o tutele, per una paga reale di appena 2,70
- 3 euro all’ora (pari a 23-27 euro al giorno), a fronte dei 40 euro incassati
dai caporali dagli imprenditori.
DISCRIMINAZIONE SALARIALE
ETNICA:
L'indagine ha svelato una
precisa strategia: ai braccianti africani venivano corrisposti 23-27 euro al
giorno e usata la massima sopraffazione; ai connazionali pakistani ed afghani
venivano riconosciuti 30-35 euro al giorno per premiarne la
"sottomissione" e blindare l'omertà ed evitare collaborazioni con le
forze dell'ordine.
2. IL "BUSINESS DEI
VISTI" E IL RUOLO DI CAF E PATRONATI
La seconda associazione,
composta da soggetti italiani, era promossa e organizzata per il
favoreggiamento dell’immigrazione clandestina tramite l'aggiramento dei
"Decreti Flussi" e "Decreto Rilancio":
1) Professionisti e
patronati: Con la connivenza di commercialisti e l'abuso di credenziali da
parte di operatori di CAF e Patronati operanti in Calabria e Basilicata,
venivano inoltrate migliaia di domande fittizie nei click day per conto di
aziende agricole ombra o prive di attività reale.
2Profitti milionari: Per ogni
pratica di visto o regolarizzazione venivano pretesi dai migranti tra i 6.500 e
i 10.000 euro. Un commercio definito dagli stessi indagati nelle
intercettazioni come la "gallina dalle uova d'oro".
3) Furto d'identità:
Utilizzate abusivamente anche le credenziali SPID di ignari cittadini
extracomunitari già regolarizzati.
IL RUOLO DELLA 'NDRANGHETA
L'inchiesta ha evidenziato il
coinvolgimento diretto di esponenti delle storiche cosche di 'ndrangheta della
Sibaritide. Alcune ditte agricole erano gestite direttamente per conto dei clan
mafiosi locali e le proteste dei braccianti venivano messe a tacere con
esplicite minacce di morte.
COME SONO STATE CONDOTTE LE
INDAGINI
Il Reparto Operativo dei
Carabinieri Tutela del Lavoro ha operato attraverso:
1) O.C.P. (Osservazione,
Controllo e Pedinamento): Svolti all'alba nelle campagne della Piana di Sibari.
2) Tecnologie avanzate:
Intercettazioni telefoniche e ambientali, tracciamento GPS e telecamere
nascoste nei punti di raccolta dei braccianti.
3) Ispezioni sul campo:
Controlli a sorpresa del N.I.L. di Cosenza direttamente nei campi durante le
raccolte di agrumi e olive.
4) Rete di protezione per le
vittime: In collaborazione con l'O.I.M. e l'associazione "Comunità
Progetto Sud", i braccianti che hanno denunciato sono stati sottratti
all'organizzazione e inseriti in percorsi di protezione e regolarizzazione.
I RISULTATI DELL'OPERAZIONE
1) 20 fermi nei confronti dei
principali capi e intermediari, attualmente ristretti in carcere;
2) Perquisizioni personali e
locali;
3) Sequestro dei "libri
neri" della contabilità occulta, telefoni e supporti informatici destinati
ad analisi forense.
Il procedimento versa nella
fase delle indagini preliminari. Per tutti gli indagati vale la presunzione di
innocenza fino a sentenza definitiva.
La presente comunicazione per
rettificare notizie di stampa non corrette già diffuse, relativamente al numero
dei destinatari del fermo e all’Ufficio procedente.
IL VIDEO DIFFUSO DAI CARABINIERI DEL NUCLEO TUTELA DEL LAVORO