Chi non conosceva il dottor Nicola Tuzio, ematologo per una vita nel laboratorio di analisi dell’ospedale Giovanni Paolo II di Policoro? Il collega, il marito, il padre, l’amico modello. Umile, pronto, disponibile con tutti. soprattutto con i più bisognosi di aiuto. Poi, la pensione. Ma la vita è imprevedibile. E ti colpisce quando meno te lo aspetti. Così, Nicola, dal 24 aprile scorso, non c’è più. Volato in cielo. Come non ricordarlo?
COSÌ, SONO FELICE, E COMMOSSO, DI OSPITARE SULLA MIA PAGINA, E RINGRAZIO PER LA SCELTA, IL RICORDO CHE L’AMATISSIMA MOGLIE LUCREZIA SCORZA, MIA COMPAGNA AL LICEO ENRICO FERMI PROPRIO A POLICORO, E DEI FIGLI ANTONELLA, ROCCO E ANDREA. ECCOLO.
A NICOLA DA MARIA ROSARIA, ANTONELLA, ROCCO E ANDREA
Nicola veniva da Senise, piccolo borgo della Basilicata dove la vita aveva il sapore essenziale delle cose necessarie. Era cresciuto in una famiglia di umili origini, terzo di sette fratelli, in una casa dove il poco si divideva e il molto si sognava. Quella possibilità di poter proseguire gli studi, frutto di sacrificio, non la visse mai come un privilegio personale, ma come una responsabilità verso gli altri. Come se il sapere, per lui, avesse senso solo se restituito.
Da quella casa portò con sé qualcosa che nessuna università avrebbe potuto insegnare: il valore dell’unità familiare. Lo aveva respirato nell’infanzia, lo aveva visto vivere ogni giorno tra quei fratelli, e ne aveva fatto una bussola per tutta la vita. Un valore che non tenne per sé, ma volle tramandare, a sua moglie e ai suoi figli, come si fa con le cose più preziose, quelle che non si comprano e non si improvvisano.
Si trasferì a Taranto, dove frequentò il Liceo Classico, una scelta che già diceva qualcosa di lui, della sua idea che la cultura fosse prima di tutto formazione dell’anima. Poi il grande passo: Bologna, per gli studi universitari.
Si specializzò in ematologia. Studiava il sangue, la sostanza più intima della vita, quella che scorre uguale sotto ogni pelle, senza distinzione di nome o di origine. Forse non era un caso. In quel lavoro paziente sul corpo umano c’era già il riflesso di una visione del mondo: ogni persona è preziosa, ogni vita merita cura, nessuno va lasciato indietro.
Ma per lui il camice era solo una delle vesti della vocazione. Fuori dall’ospedale, nel silenzio discreto del volontariato, continuava la stessa opera con gli stessi occhi, quelli di chi vede nell’altro non un caso clinico, non un bisogno da soddisfare, ma un fratello. La fede che portava dentro non era ornamento domenicale: era la radice da cui nascevano ogni scelta, ogni sacrificio, ogni ora donata.
Ci sono persone che esercitano una professione. Nicola esercitava una missione. La differenza non stava nelle competenze, che pure erano grandi, ma nell’intenzione profonda, in quel fuoco interiore che trasformava ogni atto in un atto d’amore.
Ci lascia un esempio difficile da imitare, ma impossibile da dimenticare.
Ti porteremo sempre nel cuore.
DALLA TUA AMATA MOGLIE MARIA ROSARIA
E DAI TUOI FIGLI ANTONELLA, ROCCO E ANDREA



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