COSENZA - Si stanno
concentrando su due soggetti, connazionali delle vittime, i sospetti per
l'omicidio dei 4 braccianti agricoli pachistani, i cui cadaveri carbonizzati
sono stati trovati in un minivan fermo in un distributore di carburante sulla
Statale 106 ad Amendolara, attorno alle ore 13.
I due, anche loro braccianti, si trovano attualmente in
Questura a Cosenza e sono sottoposti a interrogatorio. Lo riferisce l’agenzia
Ansa. I due sarebbero stati individuati a Villapiana. In Questura vi sarebbero
anche altre persone per essere sentite come testimoni. Secondo altre fonti di
stampa, inoltre, tra cui Il Quotidiano nazionale, i quattro migranti morti erano
partiti la mattina dalla Sibaritide diretti nelle campagne del Metapontino. Stavano
rientrando a casa dopo una giornata di lavoro nei campi quando qualcuno li ha
fermati e uccisi. Gli investigatori hanno acquisito subito le immagini delle
telecamere di sorveglianza installate nelle vicinanze del distributore e sentito
i due dipendenti presenti al momento dell'incendio. Dalle immagini sarebbe
arrivata la conferma decisiva: non uno scoppio fortuito, ma quello che, nel
gergo burocratico degli inquirenti, si chiama “atto deliberato”. Ma quale
sarebbe il movente alla base dell’orrendo fatto di cronaca? L'ipotesi
investigativa prevalente – per il Quotidiano nazionale - è quella di un
regolamento di conti, di un contrasto tra gruppi di migranti legato al
controllo della manodopera agricola nella Piana di Metaponto. Non è la sola. Lo
sfondo criminale è quello che la Direzione distrettuale antimafia di Potenza
aveva descritto il 18 maggio scorso con dodici ordinanze cautelari nei
confronti di una rete mista — italiani e indiani — capace di gestire decine di
pratiche migratorie, sfruttando in modo fraudolento i cosiddetti ‘decreti
flussi’. Ora i magistrati di Castrovillari, l'inchiesta è coordinata dal
procuratore Alessandro D'Alessio, con la Squadra mobile di Cosenza, si
interrogano se c’è un collegamento tra questa strage e quell'indagine. La
distanza temporale è meno di un mese. Davvero poca per non farsi domande: i
quattro pakistani assassinati avevano qualche ruolo e qualche interesse in quel
meccanismo criminale? Si erano ribellati a quella colossale truffa, minacciando
di denunciare, o erano semplicemente pedine sacrificabili in una guerra tra
clan e caporali per il controllo del mercato del lavoro nero?

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