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giovedì 8 gennaio 2026

LA VICENDA DEI FIDANZATINI DI POLICORO (MT). PER LA PROCURA DI MATERA IL CASO E’ CHIUSO. RIGETTATA L’ISTANZA DI RIAPERTURA DELLE INDAGINI. L’AVVOCATO FIUMEFREDDO: “CI RIVOLGEREMO AL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA”. E TIZIANA SILLETTI, GARANTE REGIONALE PER LE VITTIME DI REATO: “LA RICHIESTA DI ULTERIORI ACCERTAMENTI NON RAPPRESENTA UNA SFIDUCIA NELLE ISTITUZIONI NÉ UNA CRITICA AL LAVORO SVOLTO MA L’ESERCIZIO DI UN DIRITTO LEGITTIMO: QUELLO A UNA VERITÀ PIENA, INTELLEGIBILE E FONDATA SU OGNI POSSIBILE VERIFICA”


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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

NOTA DEL LEGALE DI OLIMPIA FUINA, MADRE DI LUCA ORIOLI

“La Procura della Repubblica di Matera ha nuovamente rigettato l’istanza di riapertura delle indagini ex art. 414 c.p.p. depositata il 26.11.2025 nell’interesse della madre di Luca Orioli, Olimpia Margherita Fuina, istanza fondata su un dato semplice e incontestabile: oggi la scienza forense dispone di tecnologie che nel passato non esistevano e che consentono di ottenere risultati allora impossibili, specie su indumenti e reperti conservati. Eppure, nel provvedimento di rigetto la Procura continua a definire “granitica” la conclusione della accidentalità della morte per inalazione di CO, arrivando a sostenere che i dubbi sulla scena del ritrovamento e sulla possibile manipolazione degli indumenti “non scalfiscono” quella verità. Quando si parla della morte di due ragazzi (Luca Orioli e Marirosa Andreotta, trovati senza vita il 23 marzo del 1988, a Policoro, ndr) e quando esistono margini investigativi oggi finalmente esplorabili, l’inerzia non è neutralità ma scelta. Andremo avanti, con la mamma di Luca, la sig.ra Olimpia Fuina, esperendo tutte le iniziative legali che il nostro Ordinamento assicura alla vittima che invoca giustizia. Ci rivolgeremo anche al Ministro della Giustizia”.

AVVOCATO ANTONIO FIUMEFREDDO

NOTA DEL GARANTE DELLA REGIONE BASILICATA PER LE VITTIME DEL REATO

La vicenda di Luca Orioli e Marirosa Andreotta, i due giovani fidanzati trovati morti a Policoro nel 1988, continua a interrogare la coscienza civile e giuridica del Paese.

A quasi quarant’anni dai fatti, la decisione della Procura di Matera di escludere ulteriori indagini, ribadendo la tesi dell’incidente domestico, si colloca nell’alveo di un lavoro che merita rispetto per il rigore e la responsabilità che competono all’azione giudiziaria.

Tuttavia, tale decisione non può essere considerata pienamente risolutiva rispetto ai dubbi che da tempo accompagnano questa tragedia.

Nel pieno rispetto dell’autonomia e della professionalità della Procura, occorre ribadire un principio che attiene alla dimensione più alta dello Stato di diritto:

quando una vicenda così grave resta segnata da interrogativi irrisolti, il tempo trascorso non attenua il diritto alla verità delle vittime e dei loro familiari, ma ne rafforza la portata e il valore democratico.

La decisione della magistratura di non riaprire le indagini, in assenza di nuovi elementi, ribadisce il principio di certezza del diritto e il rispetto delle conclusioni già raggiunte.

Resta tuttavia pienamente comprensibile il dolore delle famiglie di tutte le vittime dei cosiddetti “casi irrisolti”, per le quali la ricerca della verità rappresenta anche un’esigenza umana profonda, a dimostrazione di come la verità giudiziaria non sempre coincida con quella percepita e interiormente elaborata da chi ha subito una perdita così lacerante.

Questa storia, si colloca in una stagione storica e in un contesto territoriale – quello del policorese e del Metapontino tra gli anni Ottanta e Novanta – attraversati da numerosi fatti di cronaca drammatici, episodi oscuri e vicende mai definitivamente chiarite.

Eventi diversi tra loro, ma accomunati da esiti giudiziari che, pur formalmente definitivi, non sono riusciti a restituire una verità pienamente condivisa né a ricomporre la frattura tra istituzioni e comunità locali.

È in questo quadro che la richiesta di un supplemento di accertamento assume un significato che va oltre il singolo caso: essa interpella la responsabilità dello Stato verso i territori, soprattutto quelli che più di altri hanno conosciuto silenzi, zone d’ombra e una persistente sensazione di distanza dalla giustizia. La tenuta delle istituzioni democratiche si misura anche nella capacità di non sottrarsi al confronto con le proprie pagine più controverse.

La giustizia non dovrebbe temere il riesame, specie alla luce dei progressi della scienza forense e delle tecniche investigative oggi disponibili, che all’epoca dei fatti non potevano essere impiegate.

Riesaminare non significa smentire, ma rafforzare la credibilità delle decisioni assunte.

La richiesta di ulteriori accertamenti non rappresenta una sfiducia nelle istituzioni né una critica al lavoro svolto, ma l’esercizio di un diritto legittimo: quello a una verità piena, intellegibile e fondata su ogni possibile verifica.

Una chiusura che lasci irrisolti dubbi profondi rischia di tradursi, ancora una volta, in una ferita aperta non solo per i familiari delle vittime, ma per l’intera comunità.

In qualità di Garante per le vittime di reato, ribadisco che lo Stato ha il dovere non solo di decidere, ma di dimostrare di aver esplorato ogni possibilità di accertamento, affinché nessuna ombra continui a gravare su una vicenda che ha segnato la storia di un intero territorio.

Il rispetto per il lavoro della magistratura e il diritto alla verità delle vittime non sono principi contrapposti: devono convivere e rafforzarsi reciprocamente.

Ribadisco con tutta fermezza che la verità non è mai un favore concesso: ma,è un diritto che non va archiviato.

TIZIANA SILLETTI

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